Il capitalismo mi appare oggi come una forma di successo che ha perso il proprio limite. All’inizio si presenta come accelerazione del benessere, dello stile di vita, dell’economia; poi, col tempo, tende a deformarsi in qualcosa di più duro, più invasivo, più distruttivo. La storia dei grandi movimenti umani è spesso questa: nascono con un’etica dichiarata, con una promessa di progresso, e finiscono per produrre effetti distorti, più visibili proprio quando si è più abituati a considerarli normali.
Nel caso del capitalismo, il punto non è solo che abbia generato ricchezza. Il punto è che una parte decisiva del mondo ha imparato a considerare il profitto come l’unico motore di qualsiasi cosa. A quel punto tutto si capovolge: non è più il profitto a servire la vita sociale, ma la vita sociale a giustificare il profitto. Si accettano situazioni disumane e assurde perché, in fondo, si intuisce che impedirle significherebbe rinunciare a qualcosa che il sistema ha già fatto percepire come necessario. Ed è proprio questa la trappola più profonda: il capitalismo non si impone solo come economia, ma come morale pratica.
Qui si capisce meglio anche la questione del capitalismo “imposto” dagli Stati Uniti, venduto a lungo come capitalismo buono, modello di libertà e di benessere. La sua forza non è stata soltanto geopolitica; è stata narrativa. Ha presentato il profitto come misura della competenza, premio della libertà, motore dell’innovazione, perfino garanzia del merito. Così il profitto ha smesso di essere uno strumento dentro il sistema e ha preso il posto del criterio che sovrasta tutti gli altri. Quando succede questo, diritti, dignità, salute, ambiente e verità diventano variabili subordinate. Il disumano non arriva più come eccezione: entra nel sistema con il volto dell’efficienza.
La metafora della torta rende bene questo passaggio. Per un certo tempo si è potuto credere che bastasse far crescere la torta perché tutti ne ricevessero una fetta migliore. Ma oggi la torta non sembra crescere davvero per tutti: si vedono fette sottratte ad altri, mentre la parte più grande viene concentrata in pochissime mani. Non solo: quella ricchezza non viene nemmeno sempre consumata, viene parcheggiata, immobilizzata, conservata come potere. La ricchezza prodotta non coincide più con la ricchezza accessibile, e la crescita del PIL non coincide con il miglioramento della vita comune.
L’immagine del 1% e del 99% funziona come provocazione politica, ma il nucleo reale è ancora più serio: una piccola frazione della popolazione controlla una quota sproporzionata degli asset, del potere economico e dell’influenza pubblica. La classe media in molte aree si è compressa, mentre i benefici della crescita si sono polarizzati. Il capitalismo maturo, soprattutto nella sua forma finanziaria e globale, non vive soltanto di espansione; vive di appropriazione, estrazione e concentrazione. Non crea soltanto ricchezza: decide anche chi può trattenerla.
Per questo la mia critica non riguarda il capitalismo in astratto, ma la sua forma storica dominante, quella che si è fatta sistema totale di misura. Quando tutto viene ridotto a profitto, performance e quantificazione, il sistema perde il suo limite umano. Non è un incidente finale: la distorsione sembra inscritta nella sua tendenza interna. Come un ordine che scarica altrove il disordine, il capitalismo sposta i costi su lavoro, ambiente, futuro, salute mentale e relazioni sociali, mentre conserva per sé il vantaggio. È una dinamica entropica, e proprio per questo somiglia a una patologia.
La metafora del tumore nasce qui. Non perché il capitalismo sia letteralmente una malattia biologica, ma perché il tumore è l’immagine più immediata di una crescita che non riconosce più il corpo che la ospita. Prolifera, invade, consuma, ignora il resto dell’organismo. In questa immagine c’è qualcosa di più forte di una semplice denuncia morale: c’è l’idea che un sistema possa diventare letale non malgrado il proprio successo, ma attraverso il proprio successo portato all’estremo.
Eppure una critica seria deve reggere anche alle obiezioni. La prima è che il capitalismo non è un blocco unico. Esistono capitalismi diversi, più o meno regolati, più o meno predatori, più o meno compatibili con diritti e benessere diffuso. Per questo il bersaglio non è soltanto “il capitalismo” in sé, ma una sua configurazione storica precisa: finanziarizzata, estrattiva, opaca, fondata sulla concentrazione della ricchezza e sulla fusione tra capitale e tecnologia. La seconda obiezione è che non tutto ciò che oggi chiamiamo capitalismo è stato prodotto dal capitalismo da solo. Molte conquiste di benessere, salute e mobilità sociale sono nate dall’intreccio tra mercato, Stato, conflitto sociale, istituzioni pubbliche e innovazione tecnica. Il sistema va quindi giudicato non dalle sue intenzioni originarie, ma dagli esiti strutturali nel tempo.
Anche la critica occidentale su tutto quello che è diverso da noi: comunismo, regimi vari, società musulmane ecc apre una tensione necessaria. È troppo facile demonizzare gli altri e assolversi da soli. Nessun sistema è puro; tutti contengono compromessi, zone d’ombra, forme di violenza o di esclusione. Ma questo non significa che siano equivalenti. Conta il grado di coercizione, la possibilità di correzione interna, e soprattutto chi paga i costi dei compromessi. Se i costi ricadono sempre sugli stessi e i benefici sempre sugli stessi, allora non si tratta di un compromesso neutro: è una forma di dominio mascherata.
Alla fine, il punto che mi resta addosso è semplice e scomodo insieme. Il capitalismo è riuscito a vendersi come buono perché ha fatto coincidere il profitto con il bene, fino a rendere quasi impensabile un criterio superiore capace di limitarlo. Ma quando il profitto diventa la cosa più importante anche davanti a diritti e libertà, quando la ricchezza si concentra invece di circolare, quando la crescita si traduce in esclusione, allora il sistema smette di sembrare un motore di progresso e comincia ad assomigliare a un tumore del nostro secolo.


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