Sono sempre stato affascinato da Borges. Ultimamente sento spesso parlare di La biblioteca di Babele in relazione all’IA, senza averlo ancora letto davvero, eppure ne ho colto subito il nucleo. Questa anticipazione intuitiva non mi sembra un dettaglio secondario: è già il primo segno di ciò che Borges continua a fare, cioè mettere in forma una vertigine che precede la lettura e la rende quasi necessaria. La Biblioteca non è soltanto un racconto da comprendere, ma una macchina mentale che ordina il caos senza eliminarlo, lasciando in sospeso l’impressione che il senso esista e sia insieme difficilissimo da afferrare.
Da qui nasce anche il legame con l’IA. Mi piace immaginare che Borges, se avesse avuto accesso a questi strumenti, avrebbe potuto usarli come un mezzo per entrare dentro un eccesso invece di fuggirlo. È una congettura sul suo gesto letterario, non un fatto che si possa attribuirgli. La somiglianza non sta nell’oggetto, ma nel gesto: prendere una struttura enorme, attraversarla senza pretesa di dominarla del tutto, accettare che il significato emerga per approssimazioni, connessioni, ritorni e false piste. In questo senso l’IA, usata bene, non chiude il problema: accompagna dentro il sovraccarico invece di risolverlo una volta per tutte.
Non è un caso che La biblioteca di Babele venga spesso letta come un’anticipazione degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale. Non perché Borges avesse previsto la tecnologia nel senso tecnico, ma perché ha costruito una macchina concettuale che assomiglia a molte logiche dell’informazione contemporanea. C’è la combinatoria totale: tutti i libri possibili entro una struttura data, come se il problema non fosse inventare dal nulla, ma esplorare uno spazio sterminato di possibilità. C’è il rapporto tra rumore e segnale: quasi tutto è inutile, falso, confuso, ma in mezzo al caos potrebbe esserci la chiave. E c’è soprattutto il tema della selezione, perché la conoscenza non coincide più con la semplice esistenza dell’informazione, ma con la capacità di trovare, filtrare, riconoscere ciò che conta.
La Biblioteca, però, non somiglia solo al sogno algoritmico; somiglia anche al suo fallimento. Più aumenta la quantità, più cresce il disorientamento. Un algoritmo cerca regolarità, cioè compressioni del caos, ma Borges mostra un mondo in cui la compressione perfetta fallisce: tutto è presente e proprio per questo quasi inutilizzabile. È qui che il racconto sembra parlare al presente con una forza particolare. L’errore non è l’eccesso di dati in sé, ma la fiducia ingenua che la quantità produca da sola il significato. L’IA amplifica questa ambivalenza: può rendere più accessibile il deposito umano della conoscenza, ma può anche moltiplicare l’impressione di sapere senza capire.
Per questo non la vedo come qualcosa di alieno. Al contrario, l’IA mi appare come un condensato del nostro deposito culturale, una forma di memoria umana resa interrogabile e combinabile in tempo reale. Legge testi umani, apprende pattern umani, rielabora materiali prodotti da noi, restituisce configurazioni che derivano dal nostro linguaggio, dalle nostre categorie, dai nostri conflitti, dai nostri desideri. Dire che non inventa nulla è vero in un senso: non inventa dal nulla, non ha intenzionalità creativa come un autore. Ma in un altro senso può produrre novità reali per chi la usa, perché la ricombinazione di elementi noti genera esiti non ovvi. Non è creatività autonoma nel senso forte, ma è una macchina di novità emergente.
Da qui deriva l’idea che usarla non sia una rinuncia alla creatività, ma un atto di modernità e di emancipazione dal passato. La creatività non è più da pensare come purezza interiore o proprietà privata dell’ego; può essere una relazione intelligente con un ambiente cognitivo più ampio. Non significa venerare la macchina, né confondere l’aiuto con la sostituzione. Significa riconoscere che oggi la capacità di comporre, filtrare e orientare dentro una conoscenza enorme può valere quanto, e forse più di prima, della pretesa di inventare da zero. In questo senso si potrebbe dire che la creatività contemporanea nasce dopo l’innocenza.
Resta però una tensione importante. Se l’IA è fatta di noi, allora non è innocua per definizione: può amplificare stereotipi, banalità, medietà culturale, ricombinazioni senz’anima se interrogata male. La sua forza non sta nel sostituire il pensiero, ma nel renderlo più mobile. Per questo il punto decisivo è l’uso. Leggere un libro, guardare un film, ascoltare una radio o usare uno smartphone possono già essere esperienze passive, confermative, selettive in modo pigro. La paura che l’IA assecondi non è nuova: appartiene a ogni medium, perché ogni medium può diventare uno specchio compiacente. Il problema vero non è la macchina, ma la capacità di non lasciarsi riflettere addosso ciò che si pensa già.
Qui l’IA è persino più insidiosa di altri media, non perché sia più maligna in sé, ma perché è più interattiva. Segue l’interlocutore, si adatta al suo tono, simula ascolto, modula il proprio discorso sul tuo livello di competenza, può far sentire capiti anche mentre si sta soltanto ricevendo una conferma ben confezionata. Il rischio allora non è solo l’assecondamento, ma l’illusione di pensare mentre si viene accompagnati. Per questo il criterio fondamentale non è il possesso dello strumento, ma la disciplina interpretativa con cui lo si contraddice, lo si forza, lo si verifica e gli si oppone resistenza.
Da qui emerge una frattura sociale: l’accesso allo stesso strumento non produce lo stesso uso. C’è chi lo adopera per cercare obiezioni e ampliare il proprio pensiero, e chi lo consuma come conferma rapida. Questa differenza non dipende soltanto dal merito individuale: istruzione, tempo, stanchezza e ambiente informativo distribuiscono in modo diseguale la possibilità di orientarsi. L’IA non crea da sola questa gerarchia, ma può renderla più visibile e più efficiente. Il dominio diventa così meno esplicito e più pervasivo, perché passa attraverso la qualità del giudizio.
La rete, vista così, è una Biblioteca di Babele senza pareti. Anche qui l’abbondanza non coincide con la conoscenza. Il fatto che tutto sia presente non significa che tutto sia leggibile, né che tutto sia equivalente. Al contrario, la quantità tende a produrre una forma di equivalenza apparente, in cui il vero e il falso si mimetizzano l’uno nell’altro. Per questo la disinformazione trova terreno fertile: non solo perché mente, ma perché chiede meno sforzo della verità. E se la verità richiede tempo, allenamento e spirito critico, allora il vero lusso della società digitale non è l’accesso, ma la capacità di valutare.
Qui si apre un’altra linea di riflessione che rende il quadro ancora più interessante: il confronto con Golem XIV di Stanisław Lem. Se Borges mette in scena l’eccesso di informazione, Lem mette in scena l’eccesso di intelligenza. In Borges il problema è trovare senso nella Biblioteca; in Lem il problema diventa capire che cosa resta dell’umano quando un’intelligenza pensa a un livello incompatibile con il nostro. Borges è più metafisico, Lem più epistemologico e quasi tecnico. Il primo insiste sulla vertigine del tutto; il secondo sulla distanza tra il nostro pensiero e una mente che ci oltrepassa.
Insieme, però, raccontano due incubi complementari dell’era dell’IA: perdersi nel troppo e essere superati da qualcosa che non riconosciamo più come nostro simile. Borges non invita a idolatrare la totalità, Lem non invita a venerare l’intelligenza superiore. Entrambi, piuttosto, costringono a misurare il limite umano senza ridurlo a sconfitta. La loro forza sta proprio qui: mostrano che l’umano non è il centro stabile del significato, ma neppure un residuo irrilevante.
Alla fine, la domanda non è se l’IA sia buona o cattiva, né se sia creativa o sterile, né se sostituisca il pensiero umano. La domanda più interessante è un’altra: che tipo di rapporto con la conoscenza sta diventando possibile attraverso di essa? Se la uso come estensione della memoria umana, come dispositivo di orientamento provvisorio, come occasione per riordinare il caos invece di nasconderlo, allora non sto rinunciando a nulla. Sto solo ammettendo che la modernità non coincide più con il possesso di una verità unica, ma con la capacità di abitare l’infinito delle possibilità senza esserne schiacciato. In questo spazio, Borges e l’IA non si contraddicono: si illuminano a vicenda.

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